Potete scaricare il nuovo catalogo direttamente dalla homepage :)
Il catalogo viene aggiornato ogni 3 mesi e vengono segnalati anche i testi in lavorazione ;)
La prossima versione del catalogo è quindi prevista per fine giugno.

Sul blog di Gattopazzo ho letto una serie di post sul tema “scuola e tecnologia”. Uno ci riguarda, ringrazio e… commento direttamente là :)
Di un altro riporto un pezzo, il resto potete leggerlo direttamente su TuttaCasa&Scuola.

Insegnanti hacker nell’anima.
Sarebbe bello e, ci credo davvero, pure giusto.
L’insegnante, il maestro, dovrebbe prima di tutto essere curioso, ricercare, scoprire e quindi sapere. E sapere di non sapere, anche. E quindi non fermarsi mai, imparare e rimettersi in gioco sempre.
L’insegnante, il maestro, dovrebbe anche avere a cuore l’avvenire dei suoi pupilli.
E quindi insegnare a essere curiosi, a ricercare, a scoprire… e a non fermarsi mai.
Insegnare ad apprezzare il “divenire”, la mobilità delle cose (non il precariato), a rimettersi in gioco sempre.
Tutto questo, ovviamente, non può essere materia di studio, ma dovrebbe essere strumento per lo studio di tutte. Non sono d’accordo con zeus (olimpo informatico) sul fatto che l’hacker sia una figura negativa. Sono d’accordo sul fatto che si sia creata un’immagine fortemente romantica del pirata informatico e che questa abbia delle connotazioni potenzialmente pericolose, ma l’essenza dell’hacking è il motore della ricerca. E un insegnante con l’anima hacker è il migliore degli insegnanti possibili. […]

In seguito al bellissimo articolo di Piero Citati su Repubblica è stato aperto un forum e sono nate non poche polemiche. Sempre su la Repubblica scrive Marco Lodoli (se trovo l’articolo online piazzo il link) che, sicuramente con buone intenzioni, propone la pasticca del re sole:

Quanto abbia ragione Pietro Citati riguardo alla miseria che toglie dignità e slancio agli insegnanti, lo si scopre viaggiando in Europa: in Svizzera, in Germania, in Francia il loro stipendio si aggira attorno ai 4.000 euro, una cifra impensabile qui da noi. Qui si tratta di tirare la carretta con 1.300 euro al mese, che diventano più o meno 1.600 dopo ventun anni di insegnamento. E così non è affatto raro, almeno per me che frequento l´aula insegnanti da tanto tempo, incontrare uomini avviliti, depressi, economicamente in perenne pericolo. Per le donne spesso va meglio, perché portano a casa uno stipendio che si somma a quello del marito e fa quadrare i conti, ma gli uomini se la passano davvero male: basta poco per capire le ristrettezze in cui si muovono, basta osservare i vestiti che non cambiano mai, la borsa di cuoio consunto, l´aria smarrita di chi si sente in un vicolo cieco.
[…]
Persino l´acquisto del giornale diventa un problema, figuriamoci quello dei libri. E così io rilancio la mia proposta: se non ci sono soldi da distribuire ai professori, li si metta almeno in condizione di aggiornarsi culturalmente. Basterebbe una tessera che consenta sconti consistenti nei teatri e nei cinema, nelle librerie e nei musei.
[…]
La borsa di cuoio magari sarà sempre quella, ma dentro ci sarà qualche libro nuovo, qualche soddisfazione in più.

«Giochi di classe» è davvero un titolo alla Bartezzaghi. Chissà a chi è venuto in mente :)
Fatto sta che qui non sono in gioco le “classi”, e neppure è in gioco lo “stile”. Questi giochi sono “di gruppo” senza essere di squadra, e può benissimo capitare che i giocatori del gruppo non si conoscano neppure tra di loro. Insomma, sono giochi on-line fatti per imparare divertendosi.
Qualcuno si è accorto di noi (Fantagiochi) e intende seguire questo interessante progetto ludico-didattico.
Al gentile visitatore dico quel che dice il proverbio: un bel gioco dura poco. In che senso? Nel senso che un’altra diversità tra i GDR più famosi e frequentati e il nostro è che il nostro a un certo punto finisce. Come tutti i bei giochi, prima che si trasformino in “gabbie di matti”. In Svizzera stanno sorgendo cliniche di disintossicazione per GDR-dipendenti, che in sostanza è un’altra forma di obesità – non di pancia ma di mente - ormai sempre più diffusa nel tramontante Occidente.
E quindi: venite a visitarci, venite – perché no – anche a giocare: io sarò lì dietro, nascosto nella stanza del Moderatore, a divertirmi con voi, ma ricordate che la Storia non è virtuale, e tanto meno è infinita (se non come allucinazione borgesiana).
Giocare per imparare – o imparare giocando – è un trucco vecchio come il mondo. L’importante è non farsi prendere la mano dal trucco e trasformarlo in realtà. Chi entra nei nostri GDR deve sempre tenere sott’occhio il trucco e non farsi avvolgere dalla sua rete; deve dominare la tecnica con lo spirito dello scienziato e non con l’impeto dello stregone. Non ci sono porte magiche da varcare, ma solo scenari da sistemare, esattamente come sul palcoscenico di un teatrino affittato per una serata che vedrà la sua fine al tocco della mezzanotte, il limite segnato dal Moderatore tra il sogno e la realtà, tra la Fiction e la lezione da imparare.
Se vuoi fare la guerra con Sumer devi sapere che quella finì; se vuoi regnare sull’impero egiziano devi ricordarti che l’Egitto cadde in servitù; se vuoi condurre i Greci alla vittoria alle Termopili, non venire da noi, perché alle Termopili ci fu solo morte e disperazione. Come sanno anche i bambini, il gioco più bello è sempre quello che più assomiglia alla vita vera.
M.C.

Da un’indagine AIE Docet: studiare con il PC

Il documento completo si può trovare sul sito dell’AIE, a noi interessa commentare solo alcuni passaggi.
L’indagine, del 2006, vuole “fotografare” l’approccio dei giovani verso la tecnologia, anche dal punto di vista dell’apprendimento.
I focus group oggetto di indagine sono composti da studenti di 14-24 anni.

“Un ragazzo su due dichiara di impegnare 3,5 ore del proprio tempo in una settimana (un terzo del tempo impiegato sui libri) per studiare su materiale scaricato da internet.
A queste ore bisogna però aggiungere quelle che i giovani studenti passano al PC (il 67% in media 4 ore settimanali) per fare i compiti o altre attività di studio […] e quelle usate per collegarsi ad internet per scaricare i materiali, consultare le enciclopedie, dizionari ecc… (60% degli studenti).”

La consultazione delle enciclopedie e dei dizionari non ci preoccupa.
Viceversa, le ore passate scaricare materiale di studio dalla rete, un pochino sì.
Chi ha spiegato, infatti, a questi ragazzi, come si scelgono le fonti?
Sanno distinguere quando la fonte della loro ricerca è attendibile?
In rete si trovano un sacco di bufale, ma censurare la rete a monte (nel senso dei contenuti) è impossibile, a valle (nel senso dell’accesso) è demenziale.
Cosa fare? Con buona pace di qualche ministro e dei “benpensanti”, la cosa più sensata da fare è insegnare.
Insegnare a cercare, insegnare a selezionare, insegnare a scegliere, di fatto insegnare a studiare - arduo obiettivo, da sempre per soli docenti di buona volontà - semplicemente con nuovi strumenti.

Quali strumenti?

“Attraverso i focus group si è sondato anche l’interesse suscitato dalle modalità di apprendimento e insegnamento che sfruttano forme di educazione a distanza (e-learning) o delle lezioni multimediali.
Il target coinvolto nei focus non ha però mostrato particolare interesse per l’e-learning […]
Maggior interesse ha invece suscitato l’ipotesi di assistere a lezioni multimediali, soprattutto se applicate ad alcune materie dove l’interattività può essere utilizzata in forma quasi di “gioco” o dove la multimedialità può offrire maggiore ricchezza e varietà nella presentazione dei contenuti […].”

e ancora:

“Cosa si aspettano infine i giovani dalla tecnologia? In un certo senso una possibilità di “personalizzazione” della didattica: selezionare le parti di programma ritenute più adeguate, consultare testi e riviste di approfondimento […] richiesta di particolari capitoli o sezioni di libri.”

bene, diamoci da fare.

Prima di distruggere il libro di testo, ragioniamo sul sistema di relazioni di cui esso è il semplice intermediario. Il libro di testo, come qualunque strumento, è solo funzionale all’”in-vista-di…” per cui viene utilizzato. Se per generazioni esso è stato il luogo di affermazione di un baronato organico al sistema, il percolato di un’ideologia utile alla formazione di una classe dirigente, negli ultimi decenni si è trasformato in un ingranaggio industriale per lo sfruttamento di un sottobosco di intellettuali in cerca di visibilità, o in fuga dalle frustrazioni di un ruolo vissuto come obsoleto. Come ogni strumento è dunque in sé innocente, poiché il senso sta nelle intenzioni. Quello che manca nella produzione scolastica è la percezione di un vissuto, di un respiro comunicativo che non tratti chi deve imparare – ci sarà pur qualcuno che deve ancora imparare – come lo strumento di un secondo fine. Il fine di un testo non può che essere la persona con cui il tuo sapere è diventato esperienza, qualcuno che non devi convincere della facilità del sapere, ma della sua complessità. Qualcuno che, con la sua presenza accanto al tuo lavoro, ti ha convinto ad accettare la complessità di ciò che credevi di sapere. Il libro di testo è qualcosa che ti cammina accanto tutta la vita, che aspetta sempre di essere scritto, e che ogni giorno ricominci da capo a scrivere, perché qualcuno nel frattempo ti ha nuovamente modificato.

Dalla mailing list di edscuola.it:
“I ragazzi dovrebbero essere come degli investigatori sulla scena del
delitto: poche cose davanti a loro, qualche traccia, degli indizi… E poi
il preciso compito di ricostruire la trama, le vicende, avvalendosi di tutti
i mezzi che la società (non solo la scuola) mette loro a disposizione.
Di fronte a un compito del genere il libro di testo, con la sua pretesa di
dire tutto, di essere esaustivo, sia nelle domande che nelle risposte, mi
pare ogni anno che passa la cosa più antipedagogica di questo mondo, di
sicuro la meno motivante.”
Grazie a Galarico per aver così ben interpretato il nostro pensiero :D

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